Che cosa accade dopo? Le dinamiche di un incidente stradale, le cause che lo hanno provocato e quanto, ancora, non si faccia abbastanza per mettere in sicurezza le strade sono informazioni che ci passano davanti ogni giorno. Noi di WAL, oltre a tutto questo, abbiamo voluto capire meglio che cosa succede dopo. Come cambia la vita dopo un incidente stradale?
Le reazioni psicologiche che porta con sé un incidente stradale sono talmente impattanti da essere in grado di condizionare la vita stessa, forse ancor di più del trauma fisico che chi si trova coinvolt* in un incidente subisce.
Con Roberto Cancedda, presidente di 2NOVE9, associazione no profit che si occupa di fornire assistenza anche psicologica alle vittime di incidenti stradali, abbiamo esplorato nel dettaglio il lavoro dell’associazione e le modalità che utilizza per fornire supporto psicologico a seguito di un incidente.
Il dialogo con Cancedda è stato un percorso illuminante, dalla perdita di una vita che pensiamo ci sia incollata addosso e destinata per sempre all’accettazione di un corpo che cambia forma e di un’esistenza fatta di nuove esigenze, ma che può essere altrettanto gratificante e soddisfacente.
Prima di iniziare, però, ci teniamo a ricordarvi questo: se siete vittime di incidente stradale o se una persona a voi vicina lo ha subito e sentite di non avere gli strumenti per gestire da sol* un simile carico, potete sempre fare riferimento all’Associazione 2NOVE9.
Per chi ancora non vi conoscesse, come definireste la missione di 2NOVE9?
«Quella di 2NOVE9 potremmo definirla come la missione di chi ha toccato in maniera molto vicina due tipologie di tragedie: la prima, che può costituire vite spezzate da un incidente stradale, e la seconda, che riguarda le vite completamente stravolte delle persone rimaste. In questi anni abbiamo notato un’incapacità da parte della società di avere gli strumenti più idonei per stare accanto a chi è coinvolto in un incidente stradale; come singoli abbiamo molta empatia, ma non siamo professionalmente preparati per offrire il corretto supporto in situazioni così delicate. Lo strascico che un incidente stradale si porta dietro è risolvibile tramite supporto psicologico specifico che deve essere fornito non solo ai famigliari stretti della vittima, ma anche agli amici e alle comunità di cui la persona era parte».
Ad oggi, qual è la situazione in Italia in merito all’assistenza psicologica a seguito di incidente stradale?
«Esiste un tipo di assistenza frammentata, erogabile attraverso particolari enti, ognuno dei quali con previsione di una modalità di erogazione differente. Il problema principale è l’assenza di continuità: alcuni ospedali offrono, per il tempo di permanenza, preziosi servizi di supporto psicologico, che però non riescono ad avere continuità una volta terminata la degenza nella struttura sanitaria. In questo noi ci distinguiamo, cercando di raccogliere tutti quei testimoni che stanno terminando il percorso psicologico messo a disposizione dalla struttura sanitaria di riferimento, intervenendo ad offrire almeno altre otto sedute, alla fine delle quali ne verranno erogate altre otto se necessario».
Offrite questo tipo di supporto psicologico solo alla vittima o anche alle persone che ruotano intorno a chi ha subito fisicamente l’incidente?
«Inizialmente eravamo in grado di offrire supporto psicologico ai genitori della vittima e ai suoi fratelli o sorelle. Con il tempo, grazie alla crescita della nostra rete di professionisti, abbiamo esteso il servizio ai parenti di primo grado e ai nonni. Oggi, inoltre, riusciamo a coinvolgere anche le comunità di cui la persona faceva parte: squadre sportive, oratori, scuole, associazioni e tutti quei contesti che vengono profondamente segnati dalla perdita.
Per noi è fondamentale sottolineare che il supporto psicologico è completamente gratuito, affinché chiunque possa accedervi indipendentemente dalla propria condizione economica o sociale. Siamo inoltre tra le poche realtà in Italia in grado di attivare un percorso di sostegno entro 24 ore dalla richiesta, quando la situazione lo richiede. Allo stesso tempo, sappiamo che il trauma non ha una scadenza: per questo siamo disponibili ad accompagnare le persone anche a distanza di anni dall’incidente, mantenendo sempre la gratuità del servizio.
Dedichiamo grande attenzione anche alla comunicazione del lutto ai bambini. Gli incidenti stradali sono, purtroppo, “democratici”: colpiscono indistintamente persone di ogni età, anche se continuano a rappresentare la principale causa di morte e di lesioni gravi tra i giovani sotto i 29 anni. Quando la vittima è un bambino o un ragazzo, attiviamo i nostri professionisti direttamente nelle scuole, avviando un monitoraggio dei compagni di classe e lavorando in sinergia con i servizi sociali e con la rete territoriale. L’obiettivo è individuare tempestivamente eventuali situazioni di fragilità e intervenire prima che il trauma possa trasformarsi in un disagio più profondo.»
Quando una persona subisce un trauma legato ad un incidente stradale, qual è il primo bisogno psicologico che emerge in base all’esperienza di 2NOVE9?
«Le reazioni sono differenti poiché ognuno di noi è diverso. Alcune persone reagiscono in maniera passiva, altri con rabbia, altri ancora in maniera molto riflessiva e si sentono subito spinti a voler agire per fare qualcosa per gli altri. Sicuramente è vero che facendo del bene ci si sente bene anche con se stessi, ma è fondamentale nel frattempo intraprendere un percorso che aiuti ad attivare gli strumenti dentro di noi per poter gestire il trauma subito, per riconoscere tutte quelle situazioni, profumi, luoghi, oggetti, amici che potrebbero riportarci a quel momento e imparare a gestirle».
Una reazione molto comune è spesso quella di chiusura totale verso il mondo esterno o di disperazione, per questo il nostro lavoro è quello di cercare di portare queste persone fuori casa, spingendole alla proattività.
Ci sono, secondo voi, categorie di persone esposte di più al tema degli incidenti stradali che però non vengono tutelate a sufficienza?
«Sicuramente gli operatori sanitari dell’emergenza e gli appartenenti alle Forze di Polizia e di Soccorso, in particolare le Polizie Locali, che ogni giorno intervengono sugli incidenti stradali e che, tuttavia, non dispongono dello stesso livello di supporto psicologico garantito, ad esempio, agli operatori della Polizia Stradale. Un discorso molto simile a quello della Polizia Locale può essere fatto, ad esempio, per i Vigili del Fuoco.
Per questo motivo, come associazione, abbiamo scelto di intervenire integrando il nostro modello di supporto all’interno di un protocollo istituzionale già esistente, collaborando in maniera diretta con gli enti erogatori del servizio, al fine di poter garantire, provincia dopo provincia e comune dopo comune, un sistema di supporto psicologico strutturato, tempestivo e gratuito anche agli operatori.
Purtroppo spesso è presente un importante ostacolo culturale in merito al supporto psicologico all’interno dell’Arma, spesso confuso con il supporto psichiatrico. Questo fa sì che molti non chiedono aiuto per paura di perdere il proprio ruolo, la propria posizione o ricevere annotazioni che possano inficiare sul percorso professionale».
Spesso faccio presente che gli agenti hanno una grande responsabilità, ma non indossano il mantello dell’invulnerabilità. Un operatore che non si prende cura della propria salute mentale rischia, nel tempo, di pagare un prezzo molto alto e di non riuscire più a svolgere quel lavoro con l’equilibrio necessario per poter aiutare anche gli altri.
E quali sono le sfide psicologiche più grandi quando una vittima tenta di inserirsi nuovamente nella normalità dopo molto tempo?
«Lavoriamo sempre sull’idea che la vita non è finita, ma è cambiata, ed è in assoluto l’aspetto più difficile da metabolizzare e da comprendere. Cerchiamo di aiutare le persone vittime di incidenti stradali a trovare il metodo che preferiscono per ritrovare una nuova normalità, e, in questo, lo sport rappresenta indubbiamente un validissimo strumento. Cerchiamo di leggere i desideri e i sogni rimasti nel cassetto di queste persone e di trasformarli in realtà. È molto utile anche per noi, perché spesso molte persone hanno intrapreso alcune strade e ne hanno scoperte di nuove che possono essere messe a disposizione di vittime che hanno affrontato un percorso simile».
Come ultima domanda abbiamo pensato di chiedervi questo: qual è la lezione più preziosa che la psicologia della resilienza vi ha insegnato attraverso le storie che avete ascoltato?
«Personalmente, tutti i ragazzi che ho incontrato nel mio percorso mi hanno insegnato qualcosa. Prima di tutto, mi hanno aiutato ad avere meno paura: in questi anni ho conosciuto persone allettate, con gravi disabilità, che hanno perso affetti cari, parti del proprio corpo o della propria vita così come la conoscevano. Eppure, ciò che mi hanno trasmesso, nonostante le gravità delle situazioni, è sempre stato il valore immenso dell’essere vivi e dell’avere accanto persone capaci di tenderti una mano.
In un libro che ho letto di recente, veniva usata una metafora che mi ha colpito profondamente: la vita è come un tappeto che, se guardato da sotto, risulta un incastro di fili disordinato, ma, quando lo guardiamo dal lato giusto, quegli intrecci si incastrano perfettamente in un armonioso disegno.
Quando attraversiamo il dolore, facciamo fatica a comprenderne il significato e rischiamo di fermarci a ciò che abbiamo perso. Solo con il tempo, però, ci accorgiamo che ogni incontro, ogni esperienza e ogni persona entrata nella nostra vita ha contribuito a costruire qualcosa di più grande.
Io stesso ho capito che non potevo cambiare ciò che era accaduto, ma potevo scegliere cosa farne, dando origine, tra le altre cose, ad uno strumento che prima non esisteva: 2NOVE9.
Se c’è una lezione che porto con me è questa: il dolore non può essere cancellato, ma può essere trasformato in qualcosa che abbia un valore anche per gli altri. E credo che questa sia una delle forme più autentiche di resilienza».
